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L’Italia dei pub e della birra artigianale, ai tempi del coronavirus.

Cosa è un pub in tempi di pandemia? Il pub è da sempre l’antitesi del distanziamento sociale (non solo fisico)… ragion per cui, un pub ai tempi del SARS-CoV-2 – meglio noto come Covid-19 – molto semplicemente non è un pub: è un’attività economica, commerciale e ristorativa che cerca in qualche modo di sopravvivere.

Chiamiamola pure evoluzione (in)naturale per non estinguersi… in attesa di tornare a lavorare come si sa e come si deve. Ed è così che i locali di mescita diventano un po’ più ristoranti (con servizio esclusivamente ai tavoli, distanziati e limitati); un po’ più negozi (con il così detto e a volte controverso servizio di asporto); un po’ più “delivery riders” (con le consegne a domicilio di birra e gastronomia)… senza contare il balzo in avanti dell’e-commerce (a partire dalle numerose piattaforme online messe in piedi dagli stessi birrifici); l’utilizzo di sempre più indispensabili accessori (come imbottigliatrici e lattinatrici per lo sfuso in take away); l’offerta al pubblico di nuovi prodotti (come i “rivoluzionari” spillatori casalinghi per mini-keg da 3 lt.).

Reattività e inventiva, voglia di non mollare… sforzi encomiabili: ma il bilancio? Il bilancio è sotto gli occhi di tutti, perché a distanza di 13 mesi dall’inizio del “caos” e nonostante i sacrifici di un’economia ormai allo stremo, i numeri della pandemia rimangono impietosi… e gli “sforzi encomiabili” di cui sopra, potrebbero rivelarsi addirittura un boomerang se tutto ciò significa ridurre le perdite quel tanto che basta per non avere neppure diritto ai così detti “ristori” statali, poi convertiti in “sostegni”(?)…

Pub e birrifici, indipendenti e artigianali… un legame indissolubile per la natura stessa del prodotto in questione: la birra artigianale (L. 28 luglio 2016, n. 154). I ripetuti lockdown hanno mandato notoriamente in “corto” l’intera filiera… e le birre sugli scaffali della grande distribuzione hanno confermato (come se ce ne fosse bisogno) di appartenere a tutt’altre dinamiche produttive e distributive.

Anche le nostre “dinamiche” sono note da tempo… con 249 locali di mescita ad oggi visitati (e siamo purtroppo fermi da un pezzo!) e più di 1.200 locali censiti (prevalentemente indi-pub, locali e taproom di birrifici, brewpub)… dei quali 937 pubblicati e geo-localizzati online (www.stazionidibirra.it), con aggiornamenti costanti, se non quotidiani.

Numeri comunque di molto inferiori a quell’ampia e variegata platea di attività ristorative – in quota al settore Ho.Re.Ca. – che in questi anni hanno trattato (non sempre in maniera realmente interessata e professionale) il prodotto birra artigianale nel nostro Paese… proprio con il chiaro intento di concentrare l’attenzione su chi dietro al bancone ha voluto privilegiare, senza alcun compromesso, la qualità dell’offerta e del servizio.

Dati dell’”osservatorio” alla mano, emerge che in valori assoluti i locali “virtuosi” siano principalmente concentrati in 1. Lombardia (161) 2. Lazio (125… sostanzialmente Roma e poco altro) 3. Emilia Romagna (105) 4. Veneto (81) 5. Toscana (79) 6. Piemonte (76)… dove tra Sud e Isole le prime regioni risultano invece essere Campania (40) e Sicilia (39). Se però al posto dei valori assoluti dovessimo considerare il numero di “stazioni di birra” per densità di popolazione, verrebbe fuori la regione Marche con i suoi 43 locali… e non è una sorpresa.

Per quanto riguarda invece le città, a Roma ne abbiamo segnalati finora 92 (112 con la provincia), segue Milano con 51… ben più lontane Bologna (21), Torino (14), Firenze, Reggio Emilia e Bergamo (9).

Le tipologie di attività prese in considerazione sono molto diverse tra loro per caratteristiche intrinseche, varietà della proposta e investimenti… ma è forse interessante mettere in evidenza la netta prevalenza di pub indipendenti e beershop a Centro-Sud, rispetto al discreto numero di locali di birrifici e brewpub in molte zone dell’Italia Settentrionale.

Rimane il fatto che oggi il comparto in questione è sempre e comunque in “apnea”, in attesa delle annunciate e progressive riaperture dei prossimi giorni: chi avrà la forza di rialzarsi e ricominciare? Ci risulta, fortunatamente, tanti… ma è altresì chiaro che non saranno le riaperture in quanto tali a far la differenza… bensì il riaprire per rimanere aperti, per riacquisire fiducia nei propri mezzi, per poter tornare a programmare, per ricominciare a lavorare e a vivere.

Siamo evidentemente nella fase più delicata e cruciale dell’intera crisi… e per quanto possa darci ancora una mano l’arrivo della stagione estiva con l’utilizzo di spazi all’aperto, l’unica vera svolta potrà venire esclusivamente da una vaccinazione di massa che al momento stenta a decollare.

[siba: best indi!]

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